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5 pubblicità contro stereotipi e pregiudizi

Indice

L’obiettivo della pubblicità, direttamente o indirettamente, è quello di vendere.

 

La vendita, di per sé, è una attività dal carattere neutro, trattandosi essenzialmente di uno scambio di valore.

Il discorso si complica significativamente quando iniziamo a parlare di brand.

 

I brand sono aziende che per vendere hanno sviluppato una personalità specifica e, da semplici venditori, sono diventati comunicatori e, in alcuni rari casi, veri e propri influencer.

In questo modo hanno acquisito un grande potere e da un grande potere, si sa, derivano grandi responsabilità.

 

Alcuni di loro, soprattutto negli anni più recenti, hanno deciso di sfruttare questa crescente influenza per sensibilizzare su temi sociali molto sentiti, utilizzando le loro piattaforme per lottare contro stereotipi e pregiudizi.

In molti casi questa nuova coscienza sociale si è rivelata una forza positiva tanto per le aziende, che hanno registrato conseguenti aumenti nelle vendite, quanto per le vittime di queste discriminazioni.

 

Ecco, quindi, una piccola selezione di pubblicità con le quali i brand hanno deciso di combattere stereotipi e pregiudizi. Buona lettura!

 

WHAT WILL THEY SAY ABOUT YOU: LO SPORT È PER TUTTI

Il primo brand di cui parliamo è Nike che, sin dagli albori, ha portato avanti la causa dell’emancipazione femminile.

 

 

“Se mi lasci fare sport, mi piacerò di più, avrò più sicurezza in me stessa. Se mi lasci fare sport avrò il 60% di possibilità in meno di ammalarmi di tumore al seno, soffrirò meno di depressione. Se mi lasci fare sport avrò maggiori possibilità di lasciare un uomo che mi picchia. Se mi lasci fare sport sarà meno probabile che rimanga incinta prima di volerlo. Imparerò cosa vuol dire essere forte, se mi lasci praticare lo sport.”

 

Questo spot del 1995 setta il tono per moltissime delle successive campagne pubblicitarie.

L’idea di fondo (lo sport è un diritto di tutti) non cambia ma, con il passare degli anni, continua ad evolversi.

 

Ritroviamo lo stesso messaggio di emancipazione, espresso con forza incredibile, in questo spot del marzo 2017, prodotto dall’agenzia Wieden+Kennedy:

 

 

“Cosa diranno di te?

Che non dovresti essere qui fuori?

Che è poco da signora?

Che non sei fatta per questo?

O forse…

diranno che sei forte,

che sei inarrestabile,

che troverai sempre un modo di farcela.

Che lo fai sembrare facile,

che lo fai sembrare bello.

O forse…

diranno che sei la prossima grande novità.”

 

Il film presenta atlete, professioniste e non, della regione araba. La voce narrante è di Fatima Al-Banawi, ricercatrice sociale, artista e attrice saudita.

 

” ‘Cosa diranno di te?’ Questa frase è l’incubo di ogni bambina che cresce. Lo sentiamo ogni volta che facciamo qualcosa che potrebbe essere accolto con critiche. C’è paura di distinguersi e fare qualcosa che non fa parte della norma. Ma ho imparato che, se vuoi veramente fare qualcosa di straordinario, non puoi aver paura di sentire questa frase. Non aver paura della tua grandezza.”

 

Queste sono le potenti parole con cui la trainer di parkour Amal Mourad, una delle protagoniste del film Nike, racconta la propria esperienza.

 

Un’esperienza, quella di Amal, condivisa anche dalle altre atlete presenti nello spot: secondo un comunicato Nike, il padre della pattinatrice Zahra Lari era riluttante all’idea di permetterle di gareggiare a livello agonistico. La pugile Arifa Bseiso, invece, racconta di non aver avuto alcun modello femminile a cui ispirarsi in gioventù. Non è sfuggita alle critiche neanche la schermidora Inès Boubakri, che ha dovuto affrontare tanta incomprensione soprattutto nelle prime fasi del suo impegno atletico.

 

Il vissuto di queste atlete, purtroppo, è estremamente diffuso. Con questo spot, Nike cerca di dare delle risposte nuove alla terribile domanda: “cosa diranno di te?”: risposte capaci di incoraggiare, rompere gli schemi e abbattere le limitazioni imposte dalla società.

 

ANCHE GLI UOMINI BEVONO COCKTAIL

A volte lo stereotipo di genere si nasconde in piccole e (apparentemente) innocue assunzioni.

 

Una acuta osservazione della realtà (o almeno, sigh, della realtà pre-covid), ha portato alla creazione di questa recentissima pubblicità Heineken.

Chi lo ha detto che alcune bevande sono “da donne” e altre “da uomini”?

 

Con ironia e complicità, Heineken ci ricorda che “anche gli uomini bevono cocktail”. Se sembra paradossale per una produttrice di birra promuovere il consumo di drink super alcolici, basti pensare al rovescio della medaglia, ovvero anche le donne bevono birra! Naturalmente, Heineken.

 

 

#LIKEAGIRL: NON SIAMO RAGAZZINE, O FORSE SÌ?

“Ti comporti come una ragazzina.”

Quante persone leggerebbero questa frase come un complimento?

 

È da questa (tristissima) presa di coscienza che, nel 2014, è nata #likeagirl, la campagna di Leo Burnett per l’azienda di prodotti per l’igiene femminile Always (in Italia conosciuta come Lines).

 

 

“La nostra ricerca mostra che la sicurezza che le ragazze hanno di sé diminuisce durante la pubertà, molto più di quella dei ragazzi, e raramente viene riacquistata. Se ritorna, non accade fino a molto più tardi nella vita.”

 

Queste sono le parole con cui Judy John, CEO e CCO di Leo Burnett Canada, racconta la nascita dello spot.

 

“Un giorno sono entrata nella stanza e ho visto un pezzo di carta con l’hashtag #LikeAGirl. Mi ha attirato. Abbiamo iniziato a parlarne e ho chiesto alla squadra: ‘parlatemi di questa idea. Anche solo quell’hashtag è così avvincente.’ Hanno detto che questa espressione esiste da sempre ed è orribile. Comportarsi “come una ragazzina” è visto come una cosa terribile e questo contribuisce a far perdere fiducia alle ragazze.

 

Quando abbiamo iniziato a parlarne, c’era così tanta energia nella stanza, sapevamo solo che era vero. C’erano molte persone che avevano usato la frase, anche donne. Ha davvero colpito un nervo scoperto.”

 

Il risultato di questo spot?

 

Secondo P&G, il 76% delle donne di età compresa tra 16 e 24 anni ha affermato che il video #LikeAGirl ha cambiato la loro percezione della frase “come una ragazzina” e, da allora, non l’hanno più visto come un insulto. Due uomini su tre hanno affermato che il video li aveva fatti riflettere e da quel momento in poi ci avrebbero pensato due volte prima di utilizzare quella frase come un insulto.

 

HAIR TALK: UNA STORIA DI CORAGGIO E AUTOAFFERMAZIONE

I capelli sono per tutti un modo di esprimere la propria personalità. Per le donne transgender, in particolare, possono essere un modo di affermare la propria identità e uno strumento di autodeterminazione.

 

È grazie a questa importante realizzazione che l’agenzia J. Walter Thompson Bangkok, nel giugno 2018, ha prodotto per Sunsilk questo pluripremiato spot: “Hair talk”.

 

 

“Le persone transgender hanno fatto molta strada nella società tailandese, ma gli stereotipi sono ancora dominanti e l’accettazione della famiglia è un ostacolo importante”.

 

Con queste parole comincia il film che racconta la storia vera di Rock Kwanlada, prima classificata di Miss Tiffany Universe nel 2017.

 

A raccontarla è una voce narrante, da un punto di vista assolutamente originale: quello dei suoi capelli. Sono infatti proprio i capelli a commentare le varie fasi della vita della protagonista (scandite in centimetri di lunghezza conquistati).

 

Quella di Rock Kwanlada è una vita spaccata in due: da una parte la sua identità e dall’altra l’immagine di sé che il mondo e la famiglia forzosamente le impongono.

 

Una storia di sofferenza ma anche di conquista e autoaffermazione, con un lieto fine che purtroppo non sempre le persone transgender incontrano nella realtà.

 

Il film è stato un successo immediato sui social media, con 2,5 milioni di visualizzazioni organiche nelle prime 48 ore. In due mesi, la pubblicità di Sunsilk ha acceso un dibattito a livello nazionale su genere e stereotipi, raccogliendo oltre 37 milioni di visualizzazioni nella sola Thailandia.

 

 

Quale fra queste campagne vi ha colpito di più? Quali altre pubblicità dedicate ad abbattere pregiudizi e stereotipi avete visto?

 

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